Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

Il direttore del DIS sulla minaccia jihadista

Published by Silendo on Settembre 15, 2014

Con qualche giorno di ritardo vi segnalo l’intervista di Carlo Bonini (La Repubblica) al direttore del DIS, l’ambasciatore Massolo:

In che misura l’escalation aumenta il rischio di una nuova ondata di attacchi “asimmetrici” al cuore dell’Occidente?
«Riteniamo che in questa fase l’Is abbia quale sua priorità militare e terroristica il consolidamento della realtà territoriale del suo autoproclamato Califfato. È l’occupazione di quel territorio che consente oggi ad Al Baghdadi di esercitare una forza di attrazione jihadista su scala globale. Di esprimere in modo violento, visibile, assertivo, il dominio sull’Islam. È l’occupazione di quel territorio che ha consentito all’Is di impadronirsi della leadership che era stata di Al Qaeda, dando seguito al suo disegno originario. Che aveva ed ha come suoi nemici principali i sunniti moderati, l’Iran sciita, l’esistenza di uno stato iracheno e solo in ultima battuta il Grande Satana e i suoi alleati. Per questo, oggi, lo sforzo è quello di privare l’Is di quel controllo territoriale. Non fosse altro perché colpirlo lì dove si annida significa anche provare a indebolirne la formidabile forza finanziaria».

Che stimate in quali cifre?
“Due miliardi di dollari di liquidità. Solo dai depositi delle banche di Mosul sono stati razziati 500 milioni di dollari. E il controllo di una parte dei giacimenti petroliferi potrebbe assicurare potenzialmente all’Is ricavi annui nell’ordine dei 100 milioni di dollari”.

Torniamo alla qualità della minaccia. Seguendo il filo del suo ragionamento, si può concludere che l’Occidente, almeno oggi, è un obiettivo residuale?
“Quando dico che in questa fase l’Occidente è un obiettivo strategico secondario per l’Is, non intendo affatto sottovalutare il rischio che, persa inevitabilmente la sfida simmetrica sul terreno, Al Baghdadi scelga l’opzione asimmetrica colpendo l’Occidente nel cuore delle sue città”.

Anche perché in Francia è detenuto un signore come Mehdi Nemmouche, reduce dalla Siria, autore della strage al museo ebraico di Bruxelles e, si ipotizza, pianificatore di un attentato a Parigi. E, ancora martedì, il ministro dell’Interno Alfano ha parlato di un rischio per il nostro Paese, per il Vaticano. Insomma, quanti Nemmouche ci minacciano?
“Sul tema del rischio dei “reduci” di ritorno dalla jihad, le rispondo subito. Ma prima tengo a mettere in chiaro una cosa utile, credo, anche a interpretare il senso dell’allarme di questi giorni. Quando si parla di rischio, è necessario distinguere il piano dell’analisi da quello dell’intelligence, vale a dire della raccolta di informazioni specifiche e circostanziate. E dunque, alla domanda “L’Italia e il Vaticano sono esposti?”, la risposta, sul piano dell’analisi, non può che essere “si”. Perché se l’Is decidesse ad un certo punto di usare l’arma asimmetrica, l’Italia e il Vaticano sono oggettivamente dei target. Al contrario, la risposta di intelligence, in questo momento, è “no”. Non abbiamo evidenze di progettualità terroristiche specifiche né contro il nostro Paese, né contro il Vaticano”.

Parlavamo del reducismo jihadista.
“È quello che ci impegna di più. Anche perché, a differenza dei “foreign fighters”, per i quali si è riusciti anche ad abbozzare delle stime – parliamo di circa 2 mila combattenti partiti dall’Unione Europea, una trentina dei quali dall’Italia – quello dei reduci è un flusso senza cittadinanza. Nulla vieta che nel nostro Paese possano riparare ex combattenti partiti da altri Paesi europei. Non a caso, su questo tema, il lavoro di cooperazione tra le intelligence alleate si è ulteriormente rafforzato “.

La vicenda Snowden non ha lasciato tossine?
“Gli eventi di questi ultimi mesi hanno fatto sì che la diffidenza sia stata accantonata “.

Può escludere che l’Italia debba conoscere una stagione che ha già vissuto, in cui la paura si fa programma politico e strumento di manipolazione?
“Di mestiere faccio il capo dell’Intelligence. E l’Intelligence raccoglie informazioni che vanno analizzate e gestite secondo un dovere di razionalità. La paura è l’antitesi della razionalità. Bisogna sostituire alla parola “paura”, la parola “consapevolezza””.

Sta di fatto che, a proposito della “stagione della paura”, si è parlato nei mesi scorsi di una possibile promozione di Marco Mancini, già capo della divisione antiterrorismo del Sismi di Pollari, alla vicedirezione dell’Aise, il nostro servizio esterno.
“Mancini è un nostro dirigente con una rilevante anzianità. E ha oggi una collocazione nel Servizio proporzionale a quella anzianità. Tutto il resto è gossip”.

In che misura la nostra Intelligence si è attrezzata alla sfida dell’Is?
“Le do due dati. A parità di bilancio, circa 600 milioni l’anno, abbiamo potuto, con un piano di razionalizzazione delle spese e risparmi, aumentare del 10 per cento i nostri investimenti negli strumenti di intelligence informatica. Il secondo: il presidente del Consiglio, su nostra proposta, ha dato seguito, con decreto, alla creazione di quella che io chiamo la “fusion cell”, la cella di fusione. Un tavolo di coordinamento in cui, per la prima volta dopo la riforma del 2007, le nostre due agenzie di intelligence lavorano insieme, a cassetti aperti, su specifici obiettivi”.

Ci sono ancora sei cittadini italiani sequestrati da milizie islamiche nel mondo.
“Ci vorrà pazienza per riportarli a casa. E molta discrezione. Per evitare passaggi di mano”.

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al qaeda, intelligence, italia, sicurezza nazionale

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Un appassionato di relazioni internazionali e studi strategici. In particolar modo di questioni connesse con l'intelligence.
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