L’analisi di Carlo Panella sull’attuale situazione in Pakistan.
Elezioni presidenziali senza sorprese, sabato scorso in Pakistan, il generale Parwez Musharraf candidato unico, è stato plebiscitariamente eletto da un Parlamento addomesticato; unica incognita: il verdetto di ammissibilità della candidatura da parte della Corte Suprema, previsto però solo per il 17 ottobre. Musharraf infatti ricopre ancora la carica di capo delle Forze Armate e l’opposizione contesta il cumulo delle cariche. Un groviglio istituzionale complesso che sfocerà nelle elezioni politiche, previste per dicembre o gennaio. Elezioni dalle molte incognite, sia per Musharraf che per il Partito del Popolo di Benazir Bhutto, sua neo alleata, sia per le due principali forze di opposizione. La Lega Musulmana di Nawaz Sharif e il “cartello” dei partiti fondamentalisti Muttahida Majlis e Amal, in cui gioca un ruolo fondamentale Jamaa e Islami, il partito fondato dal teologo fondamentalista Abu Ala al Mawdudi. La vera partita, però, non riguarda solo le sorti di Musharraf e di Benazir Bhutto, ma la crisi drammatica che incombe sul “sistema paese” di una nazione che esiste –separata dall’India- solo e unicamente per ragioni religiose. Una crisi che si accompagna al fallimento di tutte le strategie americane nel quadrante indo-pakistano-persico negli ultimi 40 anni, ivi compresa la fallimentare tenuta di quel “fronte sunnita” (Egitto-Giordania-Arabia Saudita-Pakistan) in funzione anti iraniana che Condoleeza Rice ha organizzato negli ultimi due anni e che ora –dopo quello di Gaza- rischia un secondo tracollo a Islamabad.
La patologia pakistana è complessa, ma ha il suo baricentro nella ragione stessa di esistenza della nazione: l’Islam. Dopo 50 anni dalla scelta di fondare uno stato, separato dall’India solo a causadella fede islamica dei suoi cittadini, oggi in Pakistan si rischia il collasso stesso dello stato. Non tanto la forza fanatica dei Talebani della Moschea Rossa di Islamabad, ma a causa del fondamentalismo islamista di una parte consistente dei vertici militari, politici e amministrativi dello Stato. La vicenda pakistana ripropone oggi infatti le identiche caratteristiche di crisi di tutti gli stati islamici: una contrapposizione feroce, spesso sanguinaria, tra la componente nazionalista (minoritaria) e quella fondamentalista (maggioritaria), che a sua volta esprime il fenomeno terrorista (lo schema Abu Mazen-Hamas). In Pakistan il conflitto tra nazionalisti laici e fondamentalisti ebbe un suo momento di straordinaria evidenza nel carcere di Rawalpindi, l’alba del 4 aprile 1979, quando fu impiccato Alì Bhutto, premier eletto, deposto da un golpe. Il suo boia fu il generale Zia ul Haq, indiscusso leader della “cordata” di militari di cui fa oggi parte Parwez Musharraf. Ali Bhutto, padre di Benazir, proveniva da una famiglia di latifondisti ed era un musulmano laico, moderatamente antiamericano, seguace parolaio di Kemal Ataturk. Il suo carnefice, Zia ul Haq, era invece un generale filo americano, impegnato nella costruzione della bomba atomica pakistana, ma simpatizzante di Abu Ala al Mawdudi. Questi –detto “il Khomeini” sunnita- era un teologo fondamentalista, propugnatore di un ritorno alle origini maomettane, all’insegna del Jihad contro i “falsi musulmani”. A differenza di Khomeini, al Mawdudi non trascinava folle di emarginati, ma era riuscito arruolare buona parte dei vertici politici e militari della élite pakistana. Zia ul Haq, appoggiandosi sulla sua Jamaa e Islami, diede quindi vita ad un processo riformatore dello stato, basato sulla interpretazione più dogmatica della shari’a, e fece del Pakistan un paese fondamentalista, in perfetta sintonia con il salafismo degli alleati di Ryad, che peraltro finanziavano l’atomica pakistana. Gli Usa, purtroppo, non compresero la potenzialità distruttiva di quel processo, e appoggiarono entusiasticamente Zia ul Haq e le sue riforme. Jimmy Carter e i suoi successori abbagliati dallo schema della Guerra Fredda e dall’antisovietismo di Zia ul Haq, come dei sauditi, incapaci di comprendere il pericolo del modello di stato fondamentalista, fecero addirittura di questi due paesi il perno di un primo “fronte sunnita”, a cui delegarono in pieno la gestione di tre quadranti: il contenimento militare dell’Urss in Asia, il contrasto dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e la costruzione di una cintura di sicurezza attorno all’Iran khomeinista. I risultati di questa delega sono noti: l’invasione dell’Iran da parte di Saddam Hussein nel 1980(decisa e finanziata da Ryad), la conseguente invasione del Kuwait e –dopo la caduta del muro- l’afermazione dei Talebani in Afghanistan. Il regime del mullah Omar infatti, si impose a Kabul sui vari “signori della guerra” solo grazie alla scelta congiunta dei servizi segreti pakistani e sauditi. Era infatti perfettamente funzionale alle mire geopolitiche dell’asse Islamabad-Ryad e era soprattutto omogeneo, sotto il profilo ideologico, alla concezione dello stato islamico radicata nelle élites pakistane e in quelle saudite. In questa fase Parwez Musharraf prese il potere: nel 1999 a capo delle Forze Armate, scatenò una piccola guerra contro l’India in Kashmir, appoggiandosi ai militanti di al Qaida e contemporaneamente consolidò i suoi rapporti con i Talebani e Osama Bin Laden. Nazim Sharif, un nazionalista laico, premier eletto, decise di bloccarlo e di sostituirlo con Khawaja Ziauddin, comandante dell’Isi, il servizio segreto, ma fu subito deposto con un golpe da Musharraf., che sostituì Ziauddin all’Isi con Ahmad Mehmood. Questi, assieme al capo del corpo d`armata di Lahore, Mohammed Aziz Khan e al vice Capo di Stato Maggiore Muzzafar Usmani consolidò ulteriormente l’asse Kabul-Islamabad. Ma dopo l’11 settembre Musharraf comprese che il gioco a Kabul gli era sfuggito di mano, si alleò con George W. Bush, schierò formalmente il Pakistan nella guerra contro i Talebani, tradì e licenziò tutti i suoi generali fondamentalisti, ma non ebbe la forza di neutralizzarli. Da sei anni, dunque, in Pakistan vige un dualismo di poteri, con un Musharraf formalmente egemone, ma con un esercito e uno Stato diviso in due: una parte combatte contro i Talebani e i quaedisti, l’altra li favorisce e li aiuta. Questo, mentre sempre più si allarga il consenso e la base sociale della componente fondamentalista. Incapace di dominare questo intrico, Musharraf tenta ora di recuperare forze alleandosi con la laica Benzir Bhutto. Ma è un gioco debole, esposto sia a golpe militari dei generali fondamentalisti, che alle spallate del fondamentalismo e del terrorismo.
