Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

L’Italia e gli attacchi in Libia

Published by Silendo on Febbraio 27, 2006

di M. Allam, dal Corsera

Eccesso di scuse (23.02.2006)
Chi l’ avrebbe mai detto che saremmo dovuti intervenire a difesa di Roberto Calderoli, per scagionarlo dall’ accusa di aver provocato l’ assalto terroristico di Bengasi?E quindi difenderlo dalla responsabilità indiretta per i 14 morti uccisi dalla polizia libica davanti al nostro consolato. E non va neanche bene, come ha fatto Fini ieri, sostenere da un lato che se non ci fosse stata la provocazione di Calderoli «le manifestazioni difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani», per poi precisare, dall’ altro, che «il vero problema sta nell’ ondata di violenza globale che è stata scatenata dall’ integralismo islamista». Così come c’ è una incongruenza nella tesi di Pisanu secondo cui, per un verso, «nulla fino ad ora induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna» ma, per l’ altro, «non possiamo escludere l’ ipotesi di autonome iniziative di rivalsa, anche individuali». Cari ministri, mettetevi nei panni degli italiani: quale messaggio recepiscono quando dite una cosa e l’ esatto opposto? Di questi tempi il cerchiobottismo non può funzionare, perché l’ estremismo e il terrorismo non si cancellano esorcizzandoli. Facciamo un minimo di cronaca giornalistica per spiegare la successione dei fatti. L’ 8 febbraio scorso la Repubblica intervista il ministro leghista e registra queste sue dichiarazioni: «Questa gente la sconfiggi solo con la forza (…) Deve intervenire il Papa, come fecero Pio V e Innocenzo XI nel ‘ 500 e nel ‘ 600». Lo stesso giornale il 9 febbraio interpella e pubblica la reazione del figlio di Gheddafi, Seif al-Islam: «Berlusconi deve licenziare quel ministro e chiedere scusa all’ islam». Arriviamo al 15 febbraio scorso. A Tripoli il nostro ambasciatore Francesco Trupiano riceve nella mattinata una nota di protesta ufficiale in cui la Libia, nel condannare le dichiarazioni di Calderoli e nel chiederne le dimissioni, riapre minacciosamente il dossier delle relazioni bilaterali. Ed è solo nella serata del 15 febbraio che Calderoli esibisce su Raiuno,in modo irresponsabile e provocatorio, la maglietta con la vignetta su Maometto. Passano due giorni. I sermoni delle moschee di Bengasi, il cui testo deve essere approvato preventivamente dal regime, aizzano contro gli italiani. Ora sappiamo che la situazione è sfuggita di mano al regime, che la collera è stata strumentalizzata dagli integralisti islamici, che nel caos totale la polizia ha sparato all’ impazzata. Ma è del tutto evidente che non c’ è alcun rapporto di causa-effetto tra la provocazione di Calderoli e l’ attacco terroristico al nostro consolato. Eppure il giorno stesso Berlusconi chiede le dimissioni di Calderoli. Il 18 febbraio Pisanu telefona a Gheddafi. L’ Apcom afferma che «le spiegazioni (date da Pisanu) sarebbero state accolte con favore da Tripoli che comunque attenderebbe le dimissioni di Calderoli come segno tangibile della buona volontà italiana». Il 19 febbraio il figlio di Gheddafi dichiara compiaciuto: «Sì, l’ ho detto dall’ inizio di questa vicenda (che Calderoni doveva dimettersi). Berlusconi l’ ha fatto ed è stato un gesto responsabile (…) Ma questo è il primo passo». Ora che Calderoli si è dimesso, i problemi di fondo restano irrisolti. La nostra classe politica, governo e opposizione, sembrano impegnati in un numero di magia che esorcizzerebbe il nemico e il pericolo facendo finta che non esistano e professandoci buoni, dialoganti e pacifici. Ci scusiamo con Gheddafi per l’ attacco al nostro consolato. Ci scusiamo con l’ insieme dei musulmani per le vignette pubblicate da un quotidiano danese quando lo stesso governo danese, attenendosi allo stato di diritto, non si è scusato. Ma al tempo stesso incrociamo le dita sperando che Dio ce la mandi buona. Insomma, neghiamo l’ evidenza e ci facciamo del male

L’indignazione a corrente alternata (20.02.2006)
Ora che facciamo? Chiederemo scusa al presidente nigeriano Olusegun Obasanjo perché le vignette su Maometto hanno provocato la collera dei musulmani sfociando nel massacro di 16 cristiani e la distruzione di 11 chiese? O forse quei cristiani e quelle chiese non meritano lo stesso riguardo riservato alla trentina di musulmani finora uccisi nel mondo, da forze dell’ ordine musulmane, per impedire loro di compiere ulteriori atti di vandalismo e di terrorismo? D’ altro canto chi di noi sa che negli ultimi cinque anni circa seimila cristiani sono stati trucidati nel nord della Nigeria dove è in vigore la sharia e Bin Laden è un eroe? Ammettiamolo: l’ Occidente si scandalizza solo quando viene messo, a torto o a ragione, nei panni del carnefice e solo quando le vittime, reali o presunte, sono dei musulmani. A questo punto il cardinale Bertone dopo aver auspicato che Calderoli sia condannato ai lavori forzati in Cirenaica, potrebbe completare il processo salvifico dell’ Occidente raccomandando a tutti i cristiani almeno un mese di penitenza e di esercizi spirituali. I governi dei Paesi musulmani hanno sbagliato attribuendo prima alla Danimarca, poi all’ Unione Europea, quindi all’ Occidente, infine all’ insieme della cristianità la responsabilità casomai soggettiva dei singoli vignettisti danesi. Ma i governi occidentali hanno commesso un errore speculare rifiutandosi di individuare, e possibilmente sanzionare, le responsabilità soggettive di chi ha istigato all’ odio, ha condannato a morte mettendo cospicue taglie sulla testa dei vignettisti, ha dato l’ ordine di assaltare, incendiare, saccheggiare ambasciate e chiese. All’ opposto l’ Occidente ha maturato il convincimento che l’ ondata di violenza sia una reazione automatica e giustificata da parte di un blocco monolitico chiamato arbitrariamente «Islam». Di fronte al quale per paura, viltà e collusione ideologica si genuflette e chiede perdono, assumendosi la responsabilità degli atti di violenza e di terrorismo commessi dagli altri contro i beni e le vite occidentali e cristiane. In questo contesto l’ Italia primeggia nell’ offesa, non all’ Islam, ma alla propria credibilità come Stato sovrano e alla nostra dignità come cittadini liberi. Questa classe politica, governo e opposizione, sta sbagliando tutto genuflettendosi davanti a Gheddafi. Un folle tiranno che prima ha aizzato i libici ad aggredire gli italiani, poi ha ordinato di sparare su una folla trattata come carne da macello, infine ha proclamato un giorno di lutto nazionale e assegnato un posto certo in Paradiso agli undici morti elevandoli al rango di «martiri». Ma ci rendiamo conto che ci siamo affrettati e affannati a chiedere scusa a Gheddafi per un attentato terroristico al nostro consolato a Bengasi di cui lui è l’ unico vero responsabile? In questo contesto le vignette su Maometto considerate blasfeme, e la provocazione di un ministro italiano certamente irresponsabile, risultano solo strumentali a una deliberata e annosa strategia di Gheddafi incentrata sul ricatto e il condizionamento dell’ Italia. In questa tragica e umiliante vicenda Berlusconi si è fatto dettare la linea da Pisanu, che a sua volta si è fatto dettare la linea da Gheddafi. Mi spiace ma io non ci sto: mi va bene che Calderoli venga licenziato, ma non per ordine di Gheddafi. Rendiamoci conto che da questa crisi l’ Italia potrebbe uscire come un Paese a sovranità limitata. Solo che a limitarla non è una superpotenza occidentale con cui condividiamo la stessa civiltà, bensì un piccolo Stato del Terzo mondo sottomesso a una dittatura illiberale. E pensare che è stata proprio l’ Italia, insieme all’ allora presidente della Commissione europea Prodi, a prodigarsi per accreditare una verginità politica a un tiranno costretto dall’ Onu a una lunga quarantena per la responsabilità diretta, da lui ammessa versando milioni di dollari di indennizzo, nella strage dei passeggeri degli aerei della Pan Am nel 1988 e dell’ Uta nel 1989. Ebbene credo che sia arrivato il momento di assumere seriamente una strategia energetica che ci affranchi dalla schiavitù del petrolio e del gas, di cui proprio dalla Libia attingiamo un terzo del nostro fabbisogno. E liberiamoci dal pregiudizio che appiattisce i musulmani alla sola sfera religiosa. Non esiste l’ homo islamicus. Il ministro degli Esteri Fini non si illuda di risolvere la crisi recandosi in visita alla moschea di Roma. Solo una minoranza di musulmani frequenta le moschee. I gestori delle moschee non sono delle autorità religiose, non rappresentano i musulmani. A maggior ragione in Italia dove il vuoto legislativo e il «volemose bene» hanno acconsentito a imam autoeletti e a sedicenti «comunità islamiche» di controllare la gran parte delle moschee. Dopo esserci spezzata la schiena a furia di scusarci per le vignette considerate blasfeme, come ci comporteremo quando alla prossima tornata l’ Italia verrà accusata di offendere l’ Islam perché, ad esempio, discrimina le scuole coraniche o il marito poligamo?

La miccia ed il pretesto (18.02.2006)
E’ stato un attacco preannunciato contro il nostro consolato a Bengasi. Erano giorni che Gheddafi aizzava la piazza contro Calderoli colpevole di aver promosso una «nuova crociata contro l’ Islam». Ma anche contro l’ Italia perché «non vuole chiudere con il passato fascista». Il governo Berlusconi era al corrente dei seri rischi a cui andava incontro. Eppure il ministro leghista si è prestato ad innescare la miccia che ha dato fuoco alle polveri, rifiutandosi di recedere dall’ ostentazione delle magliette con le vignette su Maometto ritenute blasfeme. Ed ora che si fa la conta dei morti e dei feriti, le responsabilità sono chiare. Ebbene, se è impensabile che il leader di un regime tirannico possa essere messo in discussione, le dimissioni del nostro ministro sono a questo punto assolutamente doverose. C’ era da attenderselo che l’ Italia avrebbe finito per pagare proprio con la Libia il suo conto nella vicenda delle vignette blasfeme. L’ ex colonia è una spina nel fianco da quando nel 1970 Gheddafi espulse in massa i ventimila italiani che vi risiedevano da generazioni, sequestrando tutte le loro proprietà. Ieri la televisione libica ha dato ampio risalto al discorso fatto dal presidente del Congresso generale del popolo (il Parlamento), prima dell’ attacco al nostro consolato, in cui ha tuonato: «Dobbiamo riaprire il dossier con l’ Italia. Il Congresso chiede la rottura delle relazioni con l’ Italia. E’ arrivata l’ ora in cui è il popolo che deve agire contro le vignette che irridono il nostro profeta e contro il ministro delle Riforme italiano che ha lanciato una nuova crociata contro l’ Islam». Chi è stato in Libia sa bene che nessuno si sognerebbe mai di sfilare in corteo e tantomeno di attaccare una sede diplomatica se non glielo ordina il regime. Le poche immagini trasmesse enfatizzano una rara collera diffusa tra le migliaia di persone che hanno manifestato a Bengasi, urlando «con il sangue, con lo spirito, ci sacrificheremo per te o Mohammad (Maometto)». Che il presidente del Parlamento libico abbia strumentalizzato l’ atteggiamento di Calderoli appare evidente dalle sue dichiarazioni: «Il ministro italiano ha chiesto al Papa di indire una nuova crociata contro l’ Islam, vuole usare la forza contro l’ Islam. Vogliono innalzare la croce nella terra dell’ Islam. Noi diciamo no. La Nazione islamica è sana nonostante la collusione di taluni. Gheddafi è pronto a guidarla. In passato gli aggressori fascisti si erano illusi di sottometterci, quando avevamo poche armi ma tanta fede. Ora la Storia si ripete. Pensavamo che l’ Italia fosse cambiata. Ma da sotto le ceneri emerge un’ Italia che vuole riesumare il passato. Fino ad ora non ci vogliono indennizzare per le vittime e i danni coloniali». Si tratta di un annoso contenzioso che Gheddafi fa riemergere a piacimento per usarlo come clava quando decide di infierire contro l’ Italia. Aumentando ogni volta la posta, anche se per il nostro Paese quel contenzioso è chiuso. A ottobre di ogni anno Gheddafi celebra la «Giornata della vendetta» contro l’ Italia, un giorno di lutto in cui si rievocano le atrocità della guerra fascista per mantenere vivo l’ odio e il risentimento nei confronti degli italiani. Anche se poi la Libia e l’ Italia hanno uno stretto e intenso rapporto economico e commerciale, in cui la parte del leone la fanno le esportazioni di petrolio e gas libico. E’ in questo contesto di per sé problematico, nonostante l’ intenso lavoro diplomatico svolto dal ministro dell’ Interno Pisanu per contenere il flusso dei clandestini, che è esploso il caso Calderoli sfociato nell’ attacco mortale contro il nostro consolato. Non tenerne conto sarebbe fuorviante. Il ministro leghista è certamente colpevole di aver assunto, mantenendo un incarico ufficiale, un atteggiamento provocatorio che ha finito per coinvolgere la responsabilità del governo e mettere in pericolo la sicurezza delle istituzioni italiane. Ma l’ esplosione di violenza era già stata decisa. Gheddafi attendeva solo il pretesto. Calderoli glielo ha offerto.

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estremismo, italia, Leadership e classe dirigente, libia, terrorismo

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