Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

Come difendere l’Italia senza arroccarsi sull’italianità

Published by Silendo on Febbraio 11, 2006

di E. Cisnetto
da Il Foglio e EnricoCisnetto.it

Non c’è dubbio che, per come si erano messe le cose, l’arrivo di Bnp in Bnl rappresenti la migliore delle soluzioni possibili. Meglio dei “furbetti” – o per essere più precisi, di quel grumo d’interessi personali e politici che pretendeva di assurgere a regista del “nuovo” capitalismo italiano – è ovvio, non vale nemmeno la pena di spiegarlo. Meglio anche del Bbva, visto che nella circostanza gli spagnoli hanno dimostrato un’incertezza non giustificabile solo le amarezze accumulate durante tutta la Bnl story. Meglio, infine, di ipotetiche aggregazioni dell’ultimo momento, magari tra soci italiani e stranieri, costruite con l’unico intento di metterci una pezza. Ben vengano, dunque, i francesi, se le alternative erano queste, e pazienza se nel loro capitale primeggia Axa e se domani al gruppo assicurativo transalpino guarderanno i soci francesi di Generali. Così come è bene che, sempre viste le premesse, l’Abn-Amro abbia piantato la bandiera olandese sull’Antonveneta.
E’ chiaro che per chi, come il sottoscritto, ha sempre difeso il concetto di interesse nazionale in alcuni settori strategici, e il credito nel capitalismo bancocentrico all’italiana lo è più che mai, si tratta di un’amara conclusione. Specie se si pensa che alla conquista di Bnl e Antonveneta da parte di Bnp e Abn-Amro si è arrivati dopo aver bruciato nel modo peggiore la credibilità del sistema, a cominciare da quella di Bankitalia, ed esposto a gogna l’idea stessa di “italianità”. Per arrivarci così al via libera agli stranieri, tanto valeva farlo subito. Dunque, è bene che nel momento in cui si tirano le somme di questa sciagurata stagione si dica a chiare lettere quanto sia pesante fardello di responsabilità – parlo di responsabilità “politica”, verso il Paese – di chi a vario titolo ha partecipato non già ad un nobile tentativo di assicurare una continuità italiana alla proprietà delle banche, ma ha creato, assecondato, subito, non capito un disegno che se è stato anche criminoso sarà compito della magistratura accertarlo (sperabilmente in tutte le direzioni) ma che certamente è stato drammaticamente nocivo per la spa Italia.
Ora, però, è bene guardare al futuro. E qui bisogna essere brutalmente chiari: dopo questa vicenda i margini per mantenere integralmente italiano il sistema finanziario – banche, assicurazioni, fondi, private equity – si sono molto assottigliati, per non dire cancellati. Dunque, prima di commettere altri errori capitali o di immaginare cose impossibili, è bene essere realisti e ragionare freddamente su cosa è possibile “salvare” e cosa appare irrimediabilmente perduto, cercando almeno su questi ultimi fronti di individuare i compagni di strada migliori, di negoziare alleanze e non capitolazioni, di farsi riconoscere delle reciprocità dai sistemi-paese altrui (funzionano tutti, a cominciare da quelli più liberali), magari anche in altri settori (uno scambio credito-energia ci farebbe comodo, per esempio). Mi rendo conto che queste aspirazioni abbisognano di una classe dirigente con la piena coscienza del suo ruolo, a cominciare dal ceto politico. E che questa condizione oggi in Italia non c’è (d’altra parte, se non fosse così non ci sarebbe ragione di “alzare le mani” di fronte ad un processo che ha tutto il sapore della colonizzazione). Ma è pur vero che tra illudersi e arrendersi ci deve pur essere una via di mezzo, e che se per un momento la si smette di giocare ai “poteri forti” e si prova a “concertare” alcuni passaggi, forse qualche risultato ancora lo si porta a casa. Faccio due esempi. Il primo riguarda proprio Bnp e dunque quanto è già passato di mano. Il gruppo francese ha in Paribas un punto di forza a livello europeo nel campo del corporate, proprio ciò che manca di più al nostro sistema bancario dopo la fine del vecchio ruolo di Mediobanca, la scomparsa dell’Imi (più che altro delle sue potenzialità, visto che era già stata marginalizzata a suo tempo) e la concentrazione sul retail di tutto il resto. Ebbene, ne siano consapevoli i dirigenti di Bnl e spingano in quella direzione il piano industriale del loro nuovo azionista: farebbero un’ottima cosa per il sistema paese. Il secondo esempio riguarda l’integrazione delle popolari: è una grande chances, non vada sprecata per qualche banale egoismo.
Non c’è dubbio che molto dipende da Mario Draghi e dal modo con cui vorrà contrassegnare il suo governatorato. E fa ben sperare l’atteggiamento assunto da Antonio Catricalà, considerato che Antitrust e Bankitalia dovranno dividersi compiti e responsabilità di fronte al risiko. Il bipolarismo, invece, se c’è batta un colpo.

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italia, Leadership e classe dirigente

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Un appassionato di relazioni internazionali e studi strategici. In particolar modo di questioni connesse con l'intelligence.
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